martedì 14 maggio 2013

Il ciclo di vita degli oggetti software - Ted Chiang *** ½


Vivendo in quattro in una casa molto piccola come capirete lo spazio è alquanto esiguo.
Eppure abbiamo metri quadri ben gestiti.
L'artefice di questo miracolo è lei che, nonostante si sia prodigata a rendere totalmente vivibili  i pochi metri a disposizione, non è che abbia potuto aumentarli.
Ogni tot tempo si rende quindi necessario un reset esistenziale, una rilettura della sistemazione domestica con relativa repulisti di oggetti più o meno utili al proseguimento della nostra esistenza appunto.
Posto che il mio appartamento sembra sempre visitato da manigoldi sciatti e disordinati; giocattoli ovunque, vestiti sulle sedie e così via, o che vi siano ladri che si ostinano a passare da queste parti, per poter dare un senso di maggiore efficienza domestica spaziale questa volta abbiamo deciso di eliminare un oggetto -più oggetti a dire il vero- da cui non mi sarei mai voluto separare. Con mia moglie ci siam guardati negli occhi e siamo convenuti che un sacrificio del genere andava fatto: abbiamo così rinunciato alla carrozina dei nostri figli.
 Se il primo amore non si scorda mai -così come il secondo il terzo o quelli a venire- non si dimentica nemmeno tutto quello che ha contribuito alla costruzione di questo amore. L'acquisto della carrozzina -con tanto di accessori annessi quali passeggino e seggiolino per auto- è stato uno degli elementi portanti della nostra prima dolce attesa. La sua ricerca, la scelta del colore, il montaggio e infine -o i principio in quesgo caso- la posa del mio primogenito che lì trascorse la sua prima notte sulla terra. E questo pezzo di mobilio o mezzo di trasporto, lo accompagnò fin quando il Grande non prese a camminare per poi passare ad accompagnare la sorella che oggi pure lei cammina.
Ovvio, dice uno, la funzione dell'oggetto si è esaurita, non ha più motivo di essere utile e così l'hai tolto.
Come ho scritto sopra tanto ovvio non è. Quello non era un mero oggetto, non erano solo otto ruote gommate e sagomate montate su un leggero telaio verde -assistenza postvendita inclusa- non si trattava solo di un passeggino, ma di un ricordo.
Perché i ricordi, le emozioni, gli affetti si legano inesorabili agli oggetti. Oggetti che spesso custodiamo gelosamente e da cui non vorremmo mai separarci, oggetti che legano l'anima, l'esistenza il vissuto a loro stessi che ci rifiutiamo di far consumare.
Cosa accade dunque quando la necessità, nel mio caso lo spazio vitale di un appartamento molto piccolo, richiede che ci si separi dagli affetti?

Ana Alvarado ha lavorato a lungo in uno zoo fin quando questo non ha chiuso e lei si è ritrovata per la strada.
La buona notizia però è che una azienda, la Blue Gamma, che produce software sta lanciando un nuovo prodotto: animali virtuali in grado di interagire con l'uomo.
Non si tratta di un volgare tamagotchi, dove con un paio di pulsanti si potevano dare i giusti impulsi per permettere alla bestiola di pochi bit di sopravvivere, ma di esseri viventi veri e propri in grado, seppur limitatamente a seconda del modello o della casa produttrice, di apprendere e crescere.
Ad Ana, vista la sua esperienza pregressa in fatto di animali, viene chiesto di addestrare alcuni prototipi di questi animali i quali, una volta immessi nel mercato dei mondi virtuali, riscuotono un buon successo.
Ma la Storia continua a ripetersi; ed anche in quel non tanto remoto futuro una crisi economica mette in  ginocchio il pianeta e Ana, di nuovo si ritrova senza lavoro.
Non è la mancanza di una occupazione a preoccuparla, quello che più le preme è capire che fine faranno i digienti della Blue Gamma la quale ha dichiarato il fallimento.
Ana, e un gruppo di affezionatissimi continuano ad allevare le loro creature di dati e bit fin quando il mondo virtuale in cui questi vivono non viene assorbito da un altrop in cui il loro motore software non è compatibile. Ben presto la solitudine degli animali e la loro capacità di maturazione si farà pressante e richiederà ad Ana e agli altri possessori di digienti di prendere un decisione che amaramente e con un lieve infuriare di rabbia interiore, li costringerà a proseguire nel corso della loro esistenza.

Ted Chiang scrive un libro a metà strada tra il romanzo e il saggio, una sorta di docufiction, ed è per questo forse che la narrazione risulta distaccata attraverso un punto di vista decisamente esterno.
Al centro della vicenda si trovano i sentimenti, quelli umani e quelli aritificiali
Tra queste righe troviamo la trasposizione digitale dell'eterno conflitto genitori-figli, dei contrasti che inevitabilmente si vengono a creare quando i secondi sono pronti a camminare da soli con le loro gambe e i primi non vorrebbero lasciarli andare.
E la scontata domanda se un oggetto, virtuale o reale, sia soltanto un oggetto sul quale riflettiamo la nostra anima rendendoli, per questo, non meno vivi e reali di quanto siamo noi.      
 
Il ciclo di vita degli oggetti software
Ted Chiang

Delos Books

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lunedì 6 maggio 2013

Quando non hai voglia di fare niente.


E potresti fare milioni di cose finisce che, appunto, non fai niente.
E' proprio una di quelle giornate.
Anzi meglio, è un periodo un po' così: inizio libri che -brutti o meno- mollo dopo circa venti pagine, mi inebetisco davanti la tv, gioco con i videogiochi del cellulare -cosa che non facevo più da anni, intendo videogiocare in genere- mi ingozzo di qualsivoglia oggetto commestibile nei paraggi e mi annoio dicendo che non voglio annoiarmi.
Ma non è noia quella che mi attanaglia, è un malessere senza nome, grigio e brutto che non riesco a scollarmi di dosso.
Così, pensa e ripensa, mi dico che per scacciare questa non pigrizia -perché non è nemmeno di questo che si tratta- potrei lasciarmi trascinare da una serie di incresciose compulsioni da tastiera.
  • Passare la giornata a chattare su facebook.
  • Premere convulsamente F5 per aggiornare la pagina delle statische del blog
  • Chiamare mia madre che certamente si lamenterà del fatto che non vede abbastanza i suoi nipoti
  • Impostare nostalgiche playlist su youtube
  • Cercare informazioni inutili che snocciolerò a caso in qualsiasi frangente e che mi faranno passare per uno che la sa lunga.
  • Acquistare ciarpame on line, cartaceo o meno.
  • Acquistare ulteriore ciarpame on line tra cui un favoloso portacorrispondeza a forma di serpente e togliere quello a forma di busta dal mobile all'ingresso.
  • Fare la spesa di cancelleria per l'ufficio
  • Iscrivermi a siti porno e suggerire i numeri di telefono di miei amici
  • Continuare a sentirmi in colpa per: il buco nell'ozono, l'estinzione della balene, la deforestazione, e il non aver letto Cuore.
Dunque, lanciato questo post, tornerò immantinente a bruciare inutilmente i miei neuroni.


PS: Si accettano suggerimenti su come sprecare il proprio tempo in maniera inutile e decustrittiva.

giovedì 2 maggio 2013

Il grande Gatsby - F. Scott Fizgerald ****

Si dice che Gastby sia ricco sfondato.
Si dice che abbia fatto soldi in maniera losca ma anche no. Però sembra abbia frequentato Oxford e che per questo sia bene educato.
Forse però deve
la sua fortuna al contrabbando di armi o a qualche altro traffico illecito, chissà.
Si mormora persino che abbia ucciso un uomo, in quali circostanze tutti lo ignorano.
Ma chi è veramente Jay Gatsby?
E quanto si spettagola alle sue spalle? Come può permettersi quella casa enorme, una nutrita servitù e di dare sfrenate feste ogni sera?
E chi sono tutti quelli che partecipano a queste feste? Invitati certo, ma anche amici di amici, imbucati, perfetti sconosciuti o semplici scrocconi.
Gatsby inoltre possiede un idrovolante. Che uomo bizzarro.
Dunque, chi è Gatsby e perché è grande?
Di certo non è il protagonista del libro a lui intitolato.
Cioè si parla di lui ma non è con lui che il libro si apre e si chiude.E' il suo vicino di casa, Nick Carraway -l'unico ufficialmente invitato ai party- a parlarci attarverso le pagine del romanzo di quest'uomo apparentemente eccentrico ma che poi, alla fin-fine, tanto strano non è.
Bella faccia, sorriso franco, onestà che trasuda da ogni poro.
Ecco chi è Jay Gatsby. Un uomo che rifugge la folla mescolandosi ad essa, che fa di tutto per farsi notare ma che si cela agli sguardi.
Che stia cercando qualcosa, o qualcuno?
E Nick affascinato da quest'uomo misterioso ma non tenebroso, che nasconde sotto gli occhi di tutti il proprio passato, verrà disvelarsi il mistero così, con onestà e franchezza senza tumulti o sorprese fino a divenire, nonostante tutto, il più grande amico di Gastby.

Che storia sarebbe questa? Non c'è una storia d'amore? Uno scandalo, un incidente, un rapimento alieno? Non c'è niente di interessante in questo racconto?
A parte l'esorapimento in questa storia troviamo tutto: l'amore dato a senso unico, l'amore perduto e ritrovato e la distorsione degli animi.
Distorsione della vita, di gente danneggiata e sbadata che rompe cose e persone per poi rifugiarsi nella noncuranza lasciando che siano gli altri a ripulire lo sporco che lasciano.  


Il grande Gatsby 
F. Scott Fizgerald
Qualsiasi edizione 



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mercoledì 1 maggio 2013

Zamina

E siccome è primo maggio e immagino che vi stiate annioando molto, sottopongo al pubblico ludibrio un racconto che scrissi ai tempi in cui non avevo ancora capito che ho bisogno di tempo e di respiro per scrivere qualcosa di decente.
Quella che segue è una storia vera, basata su fatti veri, che si svolge su un mondo vero.
Se non ci credete, cioè se non credete che la storia che segue sia accaduta realmente, andate però a cercare da qualche parte il nome GLIESE581g e avrete la conferma che quel che segue è la vera verità!
Per commenti, educati capricci e dimostrazioni d'affetto il posto per i commenti è proprio qui sotto. 
“Oggi mio figlio compie settant’anni” dico al Primo Ufficiale che mi guarda dubbioso.
In effetti dimostro la metà degli anni del mio primogenito e gli spiego che questo è lo scotto da pagare quando ci si imbarca in missioni che prevedono salti transluminali.
In realtà Primo Ufficiale è soltanto il modo con cui viene definito l’individuo che sembra essere un capo clan più che un militare.
Ci troviamo in quella che i nativi chiamano Sala Grande, una specie di luogo di culto,  la cui architettura denuncia fin troppo bene le sue origini terrestri.
Una neocultura? Subcultura? Non ricordo come venne definito il fenomeno al centro addestramento, ma era contemplato nei casi studio.
Guardandomi intorno non posso fare a meno di riconoscere elementi familiari; sulla parete in fondo alla sala c’è un cartello di cui non comprendo il significato ma le cui lettere, alcune rovesciate, altre segnate per metà, sono senza dubbio legate al nostro alfabeto.
Anche alcune insegne che indossano o storie che raccontano si rifanno evidentemente alle nostre usanze.
Poi ci sono aspetti nuovi e insondati, come il loro concetto di famiglia che prevede tre uomini per donna e tre donne per uomo e un allevamento della prole misto, di sicuro vestigia di teorie sull’ereditarietà volte alla conservazione della continuità genetica consolidatesi in tradizione.

Gliese 581g, o Zamina per i suoi abitanti: sono serviti quindici salti transluminali per raggiungerlo e circa sessant’anni di navigazione di cui; una volta entrati nel sistema Gliese,  l’ultimo mese dedicato alle sole manovre di decelerazione della nave.
Eravamo pochi; venti individui appena ma ben equipaggiati e ci eravamo dati il nome di Flock Wonder perché, come le pecore, ci muovevamo sempre tutti insieme e non avevamo mai lasciato indietro nessuno.
Nell’arco degli ultimi vent’anni almeno altri cinquanta equipaggi simili al nostro erano stati rilasciati ai quattro angoli del cosmo.
Lo scopo era quello di rintracciare e riallacciare i contatti con le spedizioni umane che per prime avevano lasciato il sistema solare dirette verso le fasce di
Goldilocks di altri sistemi, in cui erano stati identificati pianeti ritenuti adatti alla nostra specie.
In previsione della oramai avvenuta sovrappopolazione della Terra queste missioni avrebbero dovuto, per  così dire, preparare il terreno  agli esodi di massa che sarebbero seguiti; bonificandolo delle specie originarie e terraformando con le sementi delle nostre specie vegetali più aggressive.
Di queste spedizioni non si era più avuta traccia. Ma questo non significava necessariamente che fossero fallite: all’epoca di quei primi spostamenti la tecnologia delle comunicazioni non viaggiava di pari passo con quella dei sistemi di propulsione. Le comunicazioni avvenivano ancora attraverso segnali radio che, una volta inviati, potevano disperdersi  o rarefarsi nel lungo tragitto di ritorno o chissà cos’altro.
Eravamo equipaggiati in maniera tale da potere scatenare e sostenere una piccola guerra.
L’ordine primario impartitoci prima della partenza era stato semplice e chiaro: “con le buone o con le cattive”.
Non avevamo idea di quello che avremmo potuto incontrare, se cordiali mezzadri spaziali o agguerriti coloni armati fino ai denti, ma la necessità di costituire una testa di ponte per fornire supporto al nostro mondo oramai in implosione, era di primaria importanza e non lasciava spazio a eventuali interventi di natura diplomatica. Gli abitanti di questi pianeti avrebbero accettato di buon grado di condividere con noi la loro casa o lo avrebbero accettato forzatamente.
La possibilità di trovare questi mondi deserti era stata contemplata ma era una eventualità a cui non volevamo pensare.

Ci alzammo dalle capsule criogeniche con ancora i postumi delle iniezioni di adrenalina e con la metallica voce della CPU della nave che ci incitava a un rapido risveglio.
Alcuni, specie gli ultimi acquisti; sostituti di quelli che, a ragione, non si erano voluti imbarcare in questa missione finale senza ritorno, non erano abituati a viaggi del genere ed ebbero bisogno di un paio di braccia in più per sollevarsi.
I sistemi automatizzati iniziarono a fornirci integratori salini e proteici per scioglierci i muscoli e a preparare il corredo per lo sbarco.
Vicino ogni capsula di riposo era posizionato un monitor sul quale scorrevano quelli che chiamavamo i
ripassi.
Negli anni che avevamo trascorso dormendo i programmi della CPU non si era limitati a tenerci in forma e in buona salute, si erano anche preoccupati di fornirci le informazioni necessarie alla riuscita della missione attraverso la somministrazione di sogni artificiali.
Quelle che ora scorrevano erano perciò dati, immagini, e ipertesti noti ma che ora andavano a fissarsi a un livello mnemonico cosciente superiore, ripassi appunto.

Scorrevano anche immagini in tempo reale, non dissimili dagli scenari di cui eravamo in possesso, ma che andavano a integrarli con nuove informazioni.
Zamina era un pianeta roccioso senza alcuna variazione stagionale o inclinazione assiale.
Soltanto metà del pianeta era illuminato dalla sua stella parente e questo determinava notevoli differenze di temperatura con la parte buia, mitigate dall’effetto albedo soltanto in una regione continentale dell’emisfero sud.
E infatti erano proprio in quella zona che saltavano agli occhi le vistose differenze tra i dati in nostro possesso e quelli che stavamo ricevendo.
Il processo di terraformazione aveva dato risultato insperati: il contrasto con la dura superficie rocciosa e una vasta zona ricoperta di verde era leggibile a occhi nudi.
Tuttavia non sapemmo cosa pensare: la prima spedizione sembrava essere giunta a destinazione, era evidente, ma non sembravano esserci tracce di costruzioni o manufatti.
Se si escludeva una cupola di metallo che campeggiava al centro della regione ,
A terra fummo abbracciati dalla accecante luce rossa della stella che, complementarmente, faceva risaltare il verde della sterminata distesa di bambusaia che dominava l’intero continente.
Il canneto era davvero imponente, non avevamo mai visto del bamboo di quella grandezza, il fusto alla base era grande quanto quello di una sequoia gigante. Segno evidente che i processi di creazione dell’ecosistema erano andati molto al di là delle più rosee aspettative.
Eravamo sbarcati in un punto non distante dall’unico insediamento rilevato dai sensori della nostra nave, un cumulo di capanne addossato a una grande costruzione in metallo.  
L’ intenzione era quella di avvicinarci il più silenziosamente possibile all’abitato, circondarlo,  per poi palesare la nostra presenza e tentare un approccio.
Marciammo in silenzio nel fitto canneto con un occhio sempre rivolto al paesaggio circostante e l’altro ai sensori di movimento. A parte noi e le piante tutte intorno, non sembrava esserci nessun’altra forma di vita; nessun uccello, nessun piccolo roditore, nemmeno un insetto.
Tenni questa osservazione per me, in fondo ci trovavamo su un mondo alieno e la particolare radiazione emanata dalla nana rossa che lo illuminava poteva aver consentito lo sviluppo di una fauna dedita alla vita notturna o, per quello che ne capivo di esobiologia, semplicemente molto discreta.

Uno strano rumore, come lo schioccare di legna fresca che esplode, provenne da un punto non precisato a pochi metri dal fronte della truppa che subito si mise in formazione di difesa.
Lo strepito si ripeté di nuovo, ancora e ancora, tutto intorno a noi. Quando cessò i monitor iniziarono a illuminarsi e a segnalare la presenza di forme umanoidi all’interno delle piante. I verdi fusti del bamboo si schiusero e ne uscirono fuori delle persone, una per ogni pianta, che in pochi secondi ci circondarono.
“I vostri nomi, i vostri gradi e le vostre intenzioni” pronunciò la donna che sembrava condurre il gruppo e con un gesto ci invitò al disarmo.
Il Capitano si fece avanti cercando di spiegare brevemente chi fossimo e la nostra provenienza.
Compresero subito: sui loro volti si allargarono sorrisi ed espressioni cordiali. Nonostante l’amabilità del loro atteggiamento ci chiesero di unire i polsi dietro la schiena, questi furono stretti in una corda di liana che si serrò da sola.

I nostri nuovi amici ci condussero nella bambusaia per circa un’ora e per tutto il tragitto non fecero parola fin quando, arrivati in prossimità di una radura, uno di loro non lanciò un richiamo sibilando una nota bassa al quale fece seguito un segnale analogo.
Venimmo così condotti al centro di uno spiazzo di quello che non poteva di certo definirsi un villaggio.
Un piccolo gruppo di capanne  male in arnese e addossate l’una all’altra, erano le uniche costruzioni visibili oltre l’enorme cupola in metallo che avevamo già osservato prima di sbarcare.
Ero piuttosto perplesso. Da quel che avevamo appreso ogni bastimento coloniale portava con se, oltre gli elementi di necessità e sussistenza, la tecnologia utile alla fondazione e alla prosperità di una comunità.
Sapevo, dalle immagini ricevute da una delle prime missioni di recupero provenienti da Beta Pictoris d, che lì si era andata sviluppando una società di stampo medievale in cui si era volontariamente rinunciato alle falicitazioni che la nostra tecnica portava. Ma questo era avvenuto in un secondo momento, dopo la costruzione dell’insediamento e soltanto in seguito allo smantellamento delle astronavi anch’esse costruite in maniera tale da poter essere riciclate come materiali da costruzione.
Quello che avevamo davanti agli occhi invece appariva più come un campo di fortuna, una sorta di accampamento di naufraghi in attesa dei soccorsi.

Quando il Primo Ufficiale, un uomo dalla faccia serena e la barba scura, si fece avanti, i legacci si allentarono e venne a stringere la mano e a darci il benvenuto.
Fummo condotti all’interno della cupola attraverso quello che ci apparve come un boccaporto, segno evidente che quella non era un manufatto ma una sezione della nave che li aveva condotti lì.
L’interno non era come ci aspettavamo: era stato completamente svuotato e si aveva l’impressione di essere in una di quegli antichi mausolei delle vecchie capitali europee.
Fummo invitati a sedere su una serie di cuscini al centro della sala che circondavano quello che appariva come un trono, tanto era grande, costruito con l’onnipresente bamboo.

Il Primo Ufficiale, ci parlò con la sua voce chiara “Non sapete quanto abbiamo atteso questo momento” disse “e siamo felicissimi di avervi qui”; con un gesto fece portare delle ciotole contenenti dense zuppe verdastre che furono servite a ognuno di noi.
Decidemmo senza indugio di mangiarle, si trattava in fondo del primo cibo solido che i nostri stomaci incontravano dopo sessant’anni passati ad assimilare paste proteiche e fluidi salini, e arrischiare un mal di pancia non ci sembrò poi tanto grave.
Con somma sorpresa scoprii che il gusto della zuppa ricordava moltissimo lo stufato di patate che mi cucinava mia madre da ragazzo e confrontandomi con i miei commilitoni venni a sapere che ognuno di loro aveva gustato un differente e piacevole sapore.
Altri si unirono a noi, i coloni si dimostrarono calorosi e diedero vita a una sorta ci celebrazione che ricordava il cambio della guardia dell’accademia spaziale e si concluse con un lungo applauso nei nostri confronti.
Finiti i festeggiamenti, finalmente, avemmo l’occasione di parlare con i nativi e di scambiarci informazioni.
Fu così che conoscemmo le loro abitudini.
Il Primo Ufficiale ci fece un resoconto sommari e piuttosto leggendario, di come i loro progenitori terrestri erano giunti lì spiegandoci di essere la cinquantesima germinazione oriunda di Zamina.

Quando il nostro capitano ebbe finalmente l’occasione di spiegare lo scopo della nostra missione, non ebbe nemmeno il tempo di terminare che il Primo Ufficiale lo interruppe e lui e le sue genti esplosero in rinnovate manifestazioni di gioia.
Quella stessa sera assemblammo il transponder attraverso il quale avremmo inviato le informazioni alla nostra nave in orbita che a sua volta le avrebbe ritrasmesse verso la Terra.

Un pensiero però continuava a martellarmi.
Il Primo Ufficiale aveva parlato di germinazione e non di generazione. Ammettendo ci fossero stati degli errori verbali, il tempo trascorso dall’arrivo dei loro antenati su Zamina era decisamente troppo poco perché si fosse arrivati a un numero riproduttivo così alto.
Decisi perciò di recarmi dal Primo Ufficiale e di sbrogliare questa matassa.

“Oggi mio figlio compie settant’anni” dico al Primo Ufficiale che mi fissa dubbioso.
Cerco di spiegare come funzionano i viaggi transluminali e di fargli capire cos’è a lasciarmi perplesso.
“Cinquanta germinazioni, è esatto” mi risponde “Sono cinquanta germinazioni che viviamo in simbiosi con gli umani, nessun errore”
Stavolta fui io a essere incerto “Non capisco, cosa significa?”
“Mi dica, il sapore della zuppa di radici che le è stata servita, era familiare?” annuisco in silenzio.
“E non ha notato la straordinaria assenza di animali nel bosco?”
A questo punto non capisco dov’è che voglia andare a parare fin quando non dice “E’ così che ci riproduciamo noi Bambuseae , facciamo ingerire ai nostri ospiti una sequenza di protidi rizomatici che vanno a sovrascrivere parte del dna dell’ospite.” “Benvenuti a casa.” 


martedì 30 aprile 2013

Non toccatemi il sangue - Diana lama *** ½

Essere partenopei non è  come essere romani, milanesi o portodanzesi. Ma nemmeno newyorchesi o di qualsiasi altra città possa venirvi in mente.
Essere napoletani non è solo una questione anagrafica o di appartenenza geografica, ma una vera e propria questione d'anima.
Sarà per il sole, il mare, lo zolfo dei vicini vulcani, ma chi nasce a Napoli è e sarà per sempre napoletano.
E questo non per semplice retaggio culturale; è un po' come per quei credo religiosi in cui il mistero della fede si mescola alla quotidianità lungo tutta l'esistenza e che, volente o nolente, praticante o meno, resterà indissolubilmente legato all'anima.
Napoli è un essere vivente, una divinità che cresce e prospera da millenni.
Potrebbe essere uno dei Gods di Gaiman di quelli indistruttibili perché Napul' è!

Al di là della napoletanità come fa a sfuggire il senso di fascino e di bellezza e di mistero che si mescolano per le strade di una città millenaria e che è addirittura spaccata in due da una strada!
Certo, qualcuno direbbe che c'è la munnezza e a questo qualcuno, dal nasino delicato e pieno di sapere, ricorderei che di codesti disagi parlava già il marchese De Sade, magari questo piccolo dettaglio renderà persino la spazzatura oggetto di altre e alte visioni culturali.

E' forse una delle più antiche città al mondo -giorno più, giorno meno- e a questo simpatico blog potrete trovare note storiche e accenni intelligenti proprie di Neapolis.

Non toccatemi il sangue è un arguto e intelligente insieme di racconti in cui la napoletanità fa da sottile linea continua tra una storia e l'altra.
Non si tratta delle solite storie di mostri e assassini sullo sfondo di luoghi noiosi e inospitali -o al contrario molto chic ma sospetti- ma di storie di vita vera, vite che si distorcono o che non hanno il giusto senso. Vite alle volte di ignoranza mescolata a superstizione che generano -quelle sì- veri mostri, vite di povertà e di ricerca di giustizia e riscatto, vite di tragiche fantasie e assurdi riscontri.
Non sono piccoli omicidi tra amici o spiacevoli delitti, ma fatti che sfuggono all'effetto dell'assurdo e ci ricordano quanto questo -l'assurdo- sia più semplice del reale in cui spesso confluisce.
Su tutte loro, o attorno a loro, Napoli e la napoletanità che vive e vivono dei loro abitanti e delle loro anime.

Brava all'autrice che ha utilizzato quello che aveva intorno, i luoghi, i linguaggi veri del territorio, le tradizioni, i nomi nostrani e tradizionali che hanno tanto esotismo da offrire e che a molti scrittori, ahimé, ancora sfugge.

Non toccatemi il sangue
Diana Lama
Mezzotints Ebook
   


Banalmente:

giovedì 25 aprile 2013

Frankenstein. O il Prometeo moderno - Mary Shelley *****

Che quando lo leggi la prima volta non fai caso più di tanto ad alcuni dettagli.
Preso come sei dall'attendere la notte buia e tempestosa, te ne stai a lì a correre per le pagine aspettando che lui, il barone, si palesi insieme al suo gobbo, ai fulmini e all'abaradam che ti aspetti di leggere.
Frankenstein, come tutti i grandi classici della letteratura, è vittima del suo stesso mito; sei convinto di conoscerlo prima ancora di leggerlo e sei convinto di ricordalo alla perfezione anche quando sai di averlo letto.
La pressione culturale, il cinema, le chiacchiere, mutano il ricordo che hai del libro in maniera indelebile e quello che sai di aver letto, viene sostituito dal mito popolare in cui si è trasformato.
Cominciamo col chiarire che Viktor non era un nobile.
Non era barone, conte e nemmeno maresciallo.
Era figlio di un impiegatuccio statale svizzero che se la passava piuttosto bene.
Ma procediamo con ordine, che poi tanto ordine non è.
Viktor Frankestein è napoletanto. Sì, avete letto bene. Anche se nel suo racconto afferma di essere ginevrino la sua nascita avviene in quel di Napoli.
Poi certo, si sarà trasferito nei paterni luoghi ma tutta quella tragedia che si porta dentro, quel suo tragico modo di fare vittoriano, tanto vittoriano non è.
Figlio della Magna Grecia e della sua cultura, volete che non abbia fatto sue proprie le basi della cultura campana che oggi riecheggiano nella famigerata sceneggiata napulitana?
Ovvio che poi con il clima rigido della Svizzera lo abbia codificato in altro modo, ma volete che dalla sua nascita, alla partenza -parliamo di un' epoca in cui ci si muoveva in carrozza se si era fortunati e ci volevano mesi per organizzare uno spostamento- non abbia mai assaggiato nemmeno un pezzettino di pastiera tramite il latte materno?
 
Tante, tantissime cose non ricordavo dalla prima lettura di questo classico che, ammettiamolo, se fosse stato scritto oggi passerebbe per un paranormal-romance.
In Frankestein si parla di un giovane uomo -non ha nemmeno trent'anni- che spinto dalla curiosità e dai suoi studi di filosofia scientifica si mette in testa di cercare il segreto della vita.
Niente manieri in cima a oscuri cocuzzoli, niente lampi, tuoni, fulmini o saette. Eppure nella mia memoria, indelebili, ci sono!
Viktor, ventitré-ventiquattro anni appena è un maledetto genio del pensiero scientifico dell'epoca moderna e forte delle sicurezze che acquisisce in ambito accademico è convinto di poter fare tutto.
E ci riesce!
Preleva cadaveri, li smembra, li assembla e voilà in una manciata di righe ti assembla una delle creature fantastiche più famose della storia. 
E io che mi aspettavo -ricordandola- la famigerata notte tenebrosa e umida ci sono rimasto male.
Anche perché non appena il mostro si sveglia Viktor se la fa sotto dalla paura e scappa via, lasciando la sua creatura da sola; che padre sciagurato! Sì, sciagurato e codardo. Chi avrebbe il cuore di lasciare a casa solo il proprio figlioletto?
Codardo: Viktor costruisce la proverbiale bicicletta e sceglie di non pedalare. Ha creato qualcosa più grande di lui, qualcosa di cui comprende di non potere avere il controllo e per questo ne fugge e l'abbandona.
Ma il biciclo di cui sopra è un essere superiore, non manca certo di intelletto e anche la sua fisicità è superiore alla norma. E' in grado di saltare su ghiacciai impervi, di correre a velocità elevatissime, di resistere alle temperature più aspre e chissà cos'altro.
Il mostro non ha un nome. E' quello che è e basta. Un mostro, una meraviglia messa insieme per capriccio e poi rifiutata.
Rifiutata da un padre che non ha saputo come comportarsi, rifiutato da una umanità che all'epoca -e come non dargli torto- non sapeva accettarlo.
E' per questo che il mostro sceglie la via del male. E' per questo che si macchia del peccato dell'omicidio: è solo e nessuno lo vuole.
Certo la motivazione messa così può apparire superficiale, ma stiamo pur sempre parlando di un romanzo romantico in cui i protagonisti sono inossidabili piagnoni.
L'unico a non piangere -dopo averlo fatto a lungo e in solitudine- è il mostro che vuole solo qualcuno che gli faccia compagnia, che gli doni quel calore che l'umanità non ha saputo dargli.
Nato da un bizzarro puzzle di carne, mix di esistenze terminate e riportate in vita da un geniale pazzo che alla riuscita del suo progetto lo aborrisce e lo rifiuta. Diciamocelo, il culo roderebbe a chiunque. Ma alla rabbia del mostro si sostituisce la consapevolezza del suo male e la presa di coscienza di un cambiamento che potrebbe essere sempre generato da quel padre che, per tutte le tot pagine del romanzo, non fa altro che sparlarne e rifiutarlo invece di bullarsi sella perfetta esecuzione del suo genio!

Oggi come oggi Franknstein non mette paura a nessuno. 
E' un romanzo lento, pieno di quelle sviolinate settecentesche, con lacrime e disperazione. Il Prometeo moderno divenne il manifesto della paura dello sviluppo tecnologico -in parte deve a questo la sua immortalità- che oggi non spaventa più nessuno anzi, lo si ricerca! Il mostro rappresenta inoltre il diverso a cui l'umanità non sa dare nome. Una diversità che aborrisce e spaventa. Nessuno infatti si sofferma a guardare il mostro se non per insultarlo e assalirlo. L'unico a non accorgersi della sua difformità è per l'appunto un cieco.

Frankenstein è un noioso classico dall'aspetto affascinante in cui padri e figli si rincorrono senza capire che vegliare l'uno sulle solitudini dell'altro allevierebbe tutti i mali e sarebbe la risposta a ogni inappagato contrasto.   

Frankenstein. O il Prometeo moderno 
Mary Shelley
Qualsiasi edizione




mercoledì 24 aprile 2013

Doom Patrol -AAvv *****

Un manipolo di disgraziati dotati di portentosi capacità che hanno deciso di mettere al servizio di un mondo che li teme e li odia.

Non sono fascinosi, non sono affascinanti, non sono affatto belli.
A dire la verità sono dei veri freak, dei mostri senza speranza alcuna, dei fenomeni da baraccone che un uomo in sedia a rotelle ha deciso di riunire per donare loro una speranza.
Sto parlando della Doom Patrol, il più sfigato supergruppo della storia del fumetto.

Sfortunato per l'eterogeneità dei suoi componenti: un pilota di auto da corsa tramutato in Robot Man, un uomo negativo (!), e una donna elastica.
Sfortunato per la vita editoriale: travagliatissima, per una testata che non riusciva e non riesce ancora oggi a trovare una collocazione.
Sfortunato perché a questi eroi non tocca mai sventare minacce convenzionali. Loro non hanno a che fare col Joker, o Lex Luthor. A loro toccano cervelli volanti e gorilla a quattro braccia. A loro tocca far riemergere Parigi da un dipinto e scontrarsi con la confraternita del Dada.
Sfortunato perché nelle sue varie incarnazioni i componenti hanno spesso avuto dei poteri apparentemente inutili, come quello di poter guardare avanti nel futuro per appena due secondi.
E sfortunato infine perché le storie intelligenti fanno sempre questa fine.

La somiglianza con i più fortunati cuginetti della Marvel, quelli con la X per intenderci, non è casuale.
La Doom Patrol nacque però qualche mese prima e fu proprio a loro che Lee e Kirby si ispirarono per creare gli studenti di Xavier.
Ma, ed è qui la differenza più grande, mentre gli X-Men avevano un aspetto gradevole e, diciamocelo pure, bellocci da copertina, gli sfigati della Doom  Patrol erano dei deformi senza speranza, casi irrecuperabili in cui nessuno vorrebbe mai e poi mai identificarsi.
Se Ciclope spara raggi ottici che -poverino- lo tengono lontano dal mercato della frutta, di contro possiede un fisico statuario. Corpo che Robot Man ha perduto per sempre insieme alla sua identità dopo l'incidente d'auto.
Se Jean Grey -porella- è maledetta dalla capacità di spostare gli oggetti e di leggere nelle menti, di contralto ha un bel culetto. Mentre la povera Crazy Jane con le sue sessantaquattro -64!- personalità e altrettanti poteri non sa nemmeno (forse) di esistere. 
Nonostante Xavier abbia i ciglioni e sia seduto su una comoda sedia a rotelle, è il più potente telepate dagli occhi azzurri del creato. Mentre Dorothy Spinner, che può materializzare la sua immaginazione, ha un aspetto deforme e nessuno le vuole stare vicino.

Nonostante la stranezza, o forse proprio grazie ad essa, i protagonisti della Doom Patrol rendono le loro lotte più vere, perché è proprio nei loro handicap (ammettiamolo, delle vere e proprie disabilità) che si cela il realismo, in quel limite che ci sforziamo di superare, in quel difetto che cerchiamo di celare alla vista degli altri, in quel segreto che non vogliamo o non possiamo condividere.

E combattere contro uno scienziato pazzo nelle vesti di un gorilla in queste condizioni, risulta più umano di modelli in pose plastiche, dal fisico scultoreo, dotati di fantastici poteri che non fanno altro che lamentarsi del fatto che una entità cosmica sta per cadere loro tra capo e collo e aumentare uleteriormente le loro capacità.

Della Doom Patrol sono state pubblicate in Italia in costosi volumi le gestioni di Morrison, che era -per sua stessa ammissione- in stato allucinogeno mentre le scriveva,  e quella altrettanto pregevole di Arcudi facilmente reperibile anche su ebay a prezzi stracciati.

Fossi in voi un'occhiata gliela darei!




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